“Una riforma sanitaria a metà, impossibile da attuare”

Intervista al sen. Ignazio Marino
Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale
Membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato

 

ignazio-marino

Senatore Marino, come valuta il Decreto legge Balduzzi che è stato approvato pochi giorni fa anche al Senato? Quali considerazioni, a suo parere, è opportuno fare?
Il decreto unisce buone intenzioni ad evidenti incoerenze. È ottima l’idea di fornire ai cittadini finalmente un’assistenza territoriale h24, valorizzando il lavoro dei medici di famiglia; ma è una rivoluzione a metà. Quali risorse potranno utilizzare le regioni più in difficoltà per promuovere e avviare tali servizi territoriali? Questa legge non stanzia un euro e rischiamo che, ancora una volta, siano solo le regioni più ricche a poter attuare la riforma. In Senato, questa riforma è stata approvata con il voto di fiducia, ma io sono stato costretto a votare contro. Non posso votare una riforma della sanità a costo zero. La Toscana ha 40 strutture di questo tipo che non coprono nemmeno tutto il territorio e investe 16 milioni di euro all’anno per sostenere questo sistema. Il ministero della Salute dovrebbe spiegarci come potrà realizzare tutto questo senza un euro in più, mentre la legge di stabilità prevede almeno un miliardo di euro di ulteriori tagli al Fondo Sanitario Nazionale, che si aggiungono ai 21 miliardi già sottratti in questi ultimi anni. I pronto soccorso saranno ancora l’unica possibilità per le richieste degli italiani che di notte e nel weekend non sapranno dove andare, anche per patologie minori come un’influenza con la febbre alta o un’orticaria.
Stimo il presidente del Consiglio Monti e il suo impegno nazionale e internazionale per portarci fuori dalla crisi economica più drammatica che il nostro Paese, insieme al resto del mondo, abbia vissuto dal 1930. La mia non è una decisione contro Mario Monti ma contro una riforma che rimarrà soltanto un annuncio.
Non vanno nella direzione giusta, poi, le regole sull’intramoenia. Le strutture private che ospitano l’attività libero-professionale dei medici potranno anche collegarsi in rete con le Asl, si potranno controllare le tariffe e tracciare i pagamenti, ma tutto questo non risolve né il problema delle liste di attesa, né il nodo della continuità delle cure. Il medico starà comunque fuori dall’ospedale, non disponibile in caso di emergenza, lontano dai propri pazienti. È chiaro che non si tratta di norme che miglioreranno la qualità dell’assistenza nella nostra sanità pubblica.

Secondo lei quali sarebbero, invece, le riforme necessarie per migliorare il servizio di assistenza sanitaria erogato ai cittadini e per limitare al contempo gli sprechi che imperversano ovunque?
Vi sono diverse criticità da correggere, ne elenco solo alcune. La qualità e l’efficacia delle cure sono state indebolite progressivamente dalle riduzioni dei finanziamenti ma anche dallo sperpero delle risorse finanziarie. È essenziale intervenire sugli sprechi, come ad esempio i ricoveri inappropriati per interventi chirurgici programmati, con cui si buttano dalla finestra 1000 euro al giorno per ciascun paziente. Secondo un’inchiesta della Commissione che presiedo, regioni come il Lazio ricoverano ogni malato in media 2,8 giorni prima di un intervento e in alcune aree del mezzogiorno si arriva addirittura a 5 o 6 giorni di ricovero inappropriato prima di una operazione. Ogni paziente preferirebbe attendere il giorno del suo ingresso in sala operatoria a casa propria e invece lo si ricovera, creandogli un disagio in più, occupando posti letto che potrebbero essere utilizzati in modo proficuo e spendendo senza senso quasi un miliardo di euro all’anno.
Inoltre, a mio parere, servirebbe una metodologia diversa per eseguire con continuità i controlli dei risultati in sanità. Esistono le verifiche dei carabinieri del Nas, dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) e quelle delle Commissioni parlamentari d’inchiesta. Tuttavia, la sicurezza e la qualità potrebbero essere assicurate con maggiore efficienza attraverso l`istituzione di un unico organismo, indipendente dalla politica, che verifichi gli aspetti gestionali e clinici degli ospedali, accerti i requisiti anche delle strutture private, controlli la qualità e i risultati in termini di sopravvivenza, complicanze e ricoveri inutili e infine valuti il lavoro degli operatori sanitari. Una sorta di “Garante della salute”, che abbia anche il potere di indicare la necessità di affidare maggiori risorse a chi ottiene i risultati migliori in termini di cure ed anche quello di sospendere le attività di un servizio inadeguato. A questo fine ho presentato una legge al Senato della Repubblica.
Un altro drammatico problema della nostra sanità pubblica è rappresentato dalle liste di attesa. Chi può pagare ottiene privatamente le cure a cui, spesso, non ha accesso immediatamente nella sanità pubblica; per tutti gli altri prevenzione, accertamenti clinici ed anche, in alcuni casi, le stesse cure stanno diventando quasi inaccessibili o accessibili in tempi inaccettabilmente lunghi. Vitale, in questo senso, dovrebbe essere l’applicazione della legge 120 del 2007 sull’attività libero-professionale intramoenia, i cui principi non sono stati invece recepiti dal decreto Balduzzi. Ai medici dovrebbe essere data la possibilità di svolgere la libera professione all’interno dell’ospedale, al di fuori dell’orario di lavoro, e garantendo un numero di prestazioni nel pubblico non inferiore a quelle offerte nel privato. Così si garantirebbe l’esercizio della libera professione ma, soprattutto, i pazienti potrebbero scegliere se rivolgersi al pubblico o al privato in modo libero e non perché da un lato l’attesa è di sei mesi e dall’altra di sei giorni.

Sanità d’eccellenza gratuita per tutti: come perseguirla in un mondo come quello attuale, dall’economia globalizzata, in cui tutto si traduce in profitto?
È necessario mettere la persona al centro della visione di chi governa. Viviamo un periodo di crisi terribile, in cui si moltiplicano le paure per il futuro: è chiaro che la salvaguardia dell’economia è una priorità, ma economia non significa soltanto risparmio, ci deve essere attenzione anche alla crescita. E una sanità pubblica efficiente e umana è una risorsa incredibile per la crescita e la modernizzazione del Paese.
La sanità non deve essere considerata più un costo, come è invece avvenuto negli ultimi anni: servono insomma investimenti e non tagli. Faccio un esempio. Poche settimane fa, ero a Torino e mi sono sentito male. Sono andato di notte al pronto soccorso dell’ospedale Le Molinette e mi sono ritrovato a guardare quella sanità che ogni giorno studio, analizzo, valuto, questa volta con gli occhi del paziente. Niente da dire: infermieri premurosi, medici competenti, attenzione ai dettagli ed efficienza nel lavoro. Non ho notato sprechi, ho visto però soffitti scrostati, barelle mezze sfondate, rubinetti arrugginiti. Mi hanno riferito che, date le ristrettezze, l’ospedale non fornisce più l’acqua a pazienti e personale sanitario: tutti devono rifornirsi al distributore automatico, muniti di monetine. Quanto ancora potranno andare avanti queste persone a lavorare con passione e abnegazione per aiutare centinaia di pazienti ogni giorno, con le risorse che diminuiscono di mese in mese? Con i tagli imposti dal Governo e con le misure di riduzione di spese e personale adottate dalla regione? Accade la stessa cosa in tutt’Italia, nel sud dove lo sfascio è ormai la regola e nelle regioni che vantano l’eccellenza. La sanità non ce la fa più. Dietro a quella voce del bilancio dello Stato che viene considerata, da alcuni tecnici e alcuni politici, troppo elevata, c’è in realtà un bene preziosissimo, il diritto alle cure per tutti i cittadini, che dà la misura del grado di civiltà di un intero Paese.

Vincenzo Marra