Riforma dell’Irap, cosa cambierà?

A cura del
vincenzo statelli
dr. Vincenzo Statelli,

Ragioniere Commercialista

Sin dalla sua istituzione, avvenuta ad opera del D.Lgs. n. 446/97, l’IRAP, una delle imposte più odiate dagli italiani, ha scontato una imperfezione legislativa che per certi versi ha riproposto l’errore già commesso dal legislatore quasi 30 anni prima, con l’introduzione dell’Imposta Locale sui Redditi, ovvero la mancata delimitazione, chiara e dettagliata, dei soggetti tenuti al versamento dell’imposta.

In entrambi i casi, infatti, si nota come l’assoggettamento all’imposta dipenda dalla presenza o meno di una autonoma organizzazione a concreto supporto dell’attività esercitata, sia essa di lavoro autonomo che di piccola impresa.

Appare evidente, quindi, l’esigenza dei contribuenti, ed avvertita dalla giurisprudenza di merito, di rimediare all’omissione del legislatore provando a fissare confini più certi, chiari ed affidabili.

Chi è obbligato a versare l’Irap

Focalizzando l’attenzione sull’Irap, possiamo notare come l’Agenzia delle Entrate, inizialmente, abbia ripetutamente affermato per anni che il semplice possesso della partita IVA imponga al contribuente il versamento dell’imposta, a nulla valendo la qualità e la quantità dell’eventuale apporto fornito al contribuente nell’espletamento della sua attività la presenza di un’autonoma organizzazione. Molto spesso il lavoro del professionista in quanto tale non può essere svolto da nessun altro, anche quando quest’ultimo ha alle proprie dipendenze una segretaria o alcuni collaboratori. Solo a seguito delle insistenti e ripetute azioni mosse dai contribuenti nei confronti del giudice si è pervenuti ad una continua evoluzione giurisprudenziale, recepita dall’Agenzia delle Entrate solo a seguito della decisione della Suprema Corte, che ha portato l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 28 del 28 maggio 2010, a liberare dal fardello dell’Irap anche tutti quei soggetti titolari di reddito d’impresa che operano in quell’area grigia dell’intermediazione di beni e servizi che, nella realtà, appare molto più vicina al reddito di lavoro autonomo che a quello d’impresa vero e proprio.

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A proposito delle eccezioni sollevate

Ad essere sinceri, corre l’obbligo di evidenziare che l’Agenzia in un comunicato di circa sei mesi fa ha già preso atto anche di queste ultime sentenze e ha annunciato che è in fase di avanzata elaborazione la terza circolare della serie Irap, che amplierà ancor di più la platea dei soggetti non tenuti al versamento dell’imposta.

Per chiudere il cerchio, apprendiamo la notizia di questi giorni secondo cui per professionisti e imprese, specie per quelle di minori dimensioni, potrebbe arrivare un “taglio”, sia pure selettivo, dell’Irap. Infatti, all’articolo 4 della delega fiscale, dedicato anche alla «revisione dell’imposizione sui redditi di impresa» e alla «previsione di regimi forfettari per i contribuenti di minori dimensioni», è stato introdotto un emendamento che dà mandato all’Esecutivo di «chiarire la definizione di autonoma organizzazione ai fini della assoggettabilità dell’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) dei professionisti e dei piccoli imprenditori». Sappiamo già a priori che l’intervento non sarà comunque facile, perché quello che ha sempre impedito di “modificare” l’Irap è il flusso che produce nelle casse dello stato e delle regioni (circa 35 miliardi), che finanzia gran parte della spesa sanitaria nazionale. Tutto ciò non toglie che i contribuenti esigano un riordino dell’Irap, imposta che grava tutt’oggi pesantemente sul costo del lavoro, sugli interessi passivi e sull’utile dei professionisti e delle imprese. Anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, qualche giorno fa l’ha definita «un’imposta maledetta che colpisce chi mette più cervello nel suo lavoro».

Purtroppo non essendo, al momento, economicamente immaginabile un’abolizione totale del tributo, si potrebbe ipotizzare l’avvio di una revisione a beneficio immediato quanto meno per i professionisti, lavoratori autonomi e piccole imprese, delimitando l’area di applicabilità dell’Irap. Ad oggi, infatti, i contribuenti sottoposti a questo tipo di prelievo sono circa 5 milioni, nel corso degli anni diminuiti a seguito dell’esonero progressivo e certamente non pacifico di quei soggetti privi di “autonoma organizzazione”, seppur questo concetto sia stato elaborato in ambito giurisprudenziale in seguito al contenzioso sempre più aspro che si è scatenato tra l’amministrazione finanziaria e i contribuenti. Un contenzioso che ha visto in prima linea professionisti e piccoli imprenditori con esiti alterni e che a tutt’oggi può considerarsi ancora aperto. Per questo motivo un “chiarimento” per mano del legislatore, a patto che sia davvero un chiarimento e non la ricerca dell’ennesimo parziale compromesso, potrebbe essere accolto positivamente da tutte le parti in causa.

In linea di massima, oggi, per rientrare nell’area di non imponibilità dell’imposta bisogna possedere tre requisiti:

a) non si deve essere responsabili di una struttura organizzativa;
b) non si devono avere dipendenti o collaboratori fissi;
c) nello svolgimento dell’attività non si devono utilizzare beni strumentali oltre il minimo necessario.

Se questi parametri sono, ormai, abbastanza consolidati, le modalità con cui questi sono stati “interpretati” di volta in volta nelle sentenze, tanto di merito che di legittimità, non possono dirsi altrettanto pacifiche. Una “svolta” interpretativa sull’Irap è stata impressa dalla sentenza della Corte di cassazione nel 2010 (con le pronunce 21122, 21123 e 21124), quando ha riconosciuto l’esenzione a coltivatori diretti, artigiani, piccoli commercianti e, più in generale, alle mini imprese che esercitano l’attività “prevalentemente” con il proprio lavoro.

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L’Irap e i medici

Una situazione esemplare per comprendere in base a quali circostanze va stabilita la linea di demarcazione fra chi deve pagare l’Irap e chi no è quella dei medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale: se il professionista ha uno studio dotato dell’attrezzatura prevista dall’accordo nazionale collettivo (si tratta, in questo caso, del minimo necessario) non paga il tributo; se ha dipendenti o una segretaria invece sì, perché la sua attività si configura come dotata di autonoma organizzazione!

Nella speranza di una concreta riforma, che auspichiamo tutti avvenga a breve, un ulteriore chiarimento da parte dell’Agenzia delle Entrate per dirimere l’immenso contenzioso accumulatosi negli ultimi anni sarebbe veramente utile.