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L’evoluzione del fisco italiano, tra tax-compliance e grande fratello

A cura del
vincenzo statelli
dr. Vincenzo Statelli,

Ragioniere Commercialista

Il sistema italiano della tassazione sui redditi si basa sul principio della cosiddetta autotassazione dei redditi o autoliquidazione dell’imposta. Essa altro non è che il calcolo dell’ammontare dell’imposta che spetta pagare al contribuente, obbligando quest’ultimo a dichiarare il suo reddito imponibile e a versare tutte le imposte che scaturiscono a seguito dei farraginosi e spesso poco chiari meccanismi di calcolo delle imposte da corrispondere all’erario.
Nel corso degli ultimi decenni, l’introduzione di una sempre più complicata normativa fiscale ha determinato un pauroso incremento della pressione fiscale a carico della classe media – senza alcun evidente ritorno di migliori servizi al cittadino – e ha portato ad incrementare la stima dell’evasione fiscale effettuata dai tecnici dell’Agenzia delle Entrate. Gli ultimi dati snocciolati dal Direttore generale dell’Agenzia delle Entrate fanno rabbrividire chi le tasse le paga da sempre, e genera un senso di generale malessere nel vedere l’incapacità a stanare gli evasori.
Tale incapacità pone anche seri dubbi sulle stime, in quanto se si hanno le capacità di stimare a quanto ammonta l’evasione, ci si chiede per quale motivo non si riesca allo stesso modo ad individuare gli evasori? Sulla bontà delle previsioni e dei dati pubblicati, credo che nessuno possa averne certezza, fatto sta che l’evolversi di quest’evasione di portata eccezionale, nonché dell’elusione, ha messo a dura prova la capacità del legislatore a contrastarla, producendo solo un’ulteriore stretta fiscale nei confronti dei ceti medi, realizzando così una sempre più sproporzionata e irrealistica pressione fiscale per un Paese civile che combatte battaglie ataviche alla burocrazia ed ai disservizi.
Tutto ciò si è verificato anche perché non si è tenuto conto della variegata specificità delle attività e nei vari territori del Paese, questione che ha portato ad un aumento esponenziale delle controversie tra Fisco e contribuente e che ha congestionato, fino quasi a soffocarlo, il sistema del contenzioso tributario, facendo emergere la necessità di avere strumenti ancora più incisivi nel controllo dei contribuenti, e rendendo necessaria una radicale riforma che investa non solo il processo tributario ma tutto il sistema di rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente.
Sono stati introdotti nel nostro ordinamento tributario: istituti dell’autotutela, interpello, accertamento con adesione, conciliazione giudiziale, ravvedimento operoso ed acquiescenza, con la finalità di contribuire alla prevenzione ed allo snellimento del contenzioso tributario. A cui bisogna aggiungere il redditometro, lo spesometro ed il controllo di tutti i movimenti bancari.
Gli istituti “deflativi del contenzioso” hanno avuto il merito di aver reso il contribuente soggetto attivo del processo decisionale dell’amministrazione finanziaria, hanno permesso il rafforzamento del contraddittorio fra autorità impositrice e soggetto passivo del tributo, sia nella fase precontenziosa che successivamente in quella contenziosa. Dall’altro sono diventati sempre più incisivi e penetranti i controlli introdotti, tanto da scendere sino a livelli assai personali e di controllo completo del contribuente.

Gli studi di settore

Tra i primi strumenti di controllo introdotti troviamo in primis gli studi di settore, mezzo attraverso il quale l’amministrazione finanziaria utilizza i dati per rilevare i parametri fondamentali di liberi professionisti, lavoratori autonomi e imprese. La parte principale degli studi di settore consiste nella raccolta sistematica dei dati che caratterizzano l’attività e il contesto economico in cui opera l’impresa, allo scopo di valutare la sua capacità reale di produrre reddito ed il risultato viene impiegato per eseguire l’accertamento induttivo degli esercenti arti, professioni e imprese.
Gli studi di settore sono costruiti secondo un procedimento statistico articolato essenzialmente in queste fasi: 1) raccolta di elementi quantitativi e qualitativi su una determinata attività; 2) individuazione di modalità omogenee di svolgimento della stessa; 3) determinazione dei ricavi presunti dell’attività. Nel 2013 sono previste novità per circa 69 categorie: la legge infatti prevede che gli studi di settore debbano essere revisionati ogni tre anni per tenere conto dei cambiamenti intervenuti nelle attività economiche ai quali si riferiscono. Tra gli studi che saranno modificati nel 2013 evidenzio quello relativo al codice 32.50.12: – Fabbricazione di apparecchi e strumenti per odontoiatria e di apparecchi medicali (incluse parti staccate e accessori).
Nonostante questo massiccio controllo sulle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, il risultato dell’amministrazione finanziaria è stato assai deludente, e non sono mai stati pubblicati i dati relativi alla efficienza ed efficacia delle misure introdotte (costi/benefici). Si parla sempre infatti di evasione ma mai di importi realmente incassati dallo Stato o di bontà dell’azione accertatrice (incassato/costo dell’accertamento).
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Redditometro e spesometro

Di fronte a risultati di incasso non confortanti ed alla sempre crescente imposizione fiscale, con conseguente aumento delle stime di evasione, sono stati introdotti nuovi e più penetranti strumenti accertativi come il redditometro e lo spesometro.
Il redditometro è lo strumento attraverso il quale il Fisco stima il reddito presunto del contribuente, sulla base delle spese che questi ultimi hanno effettuato grazie ad una serie di indici fissati a priori, per poi successivamente convocarlo e chiedergli di giustificare lo scostamento tra spese effettuate e reddito dichiarato. Questo vecchio istituto, presente già dal 1973, è stato potenziato nel 2010, prevedendo che l’Agenzia delle Entrate possa sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente, sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta ed inoltre pone a carico del contribuente il compito di fornire la “prova contraria”, per dimostrare come è avvenuto il finanziamento delle spese effettuate. Tale tipo di accertamento è possibile solo quando il reddito complessivo presunto risulta superiore di almeno il 20% rispetto a quello dichiarato dal contribuente. La determinazione sintetica del reddito viene effettuata mediante un calcolo basato su alcuni “indicatori di capacità contributiva”. In parole povere, vengono considerate tutte le spese tracciate a conoscenza del Fisco (ormai tutte), le quali vengono moltiplicate per alcuni coefficienti legati alla “classe” attribuita al contribuente, sulla base di tre caratteristiche:
– composizione familiare;
– età;
– area geografica.
La moltiplicazione delle spese per i coefficienti porta alla determinazione del reddito presunto.
Dopo averlo determinato, se supera la soglia del 20%, l’Agenzia delle Entrate invita il contribuente a comparire, per giustificare lo scostamento tra spese e reddito, fornendo dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento. Dal momento che è in corso l’acquisizione dal primo gennaio 2013 da parte dell’amministrazione finanziaria di tutti i movimenti bancari e finanziari di ogni banca ed operatore finanziario, nella già vastissima banca dati possiamo dire adesso con certezza che l’amministrazione finanziaria avrà contezza anche dei nostri portafogli.
Visto la mancanze di risorse per poter attuare poi controlli, l’amministrazione fa fede al principio della tax compliance mettendo il contribuente nelle condizioni di controllare preventivamente la congruenza tra spese sostenute e reddito dichiarato tramite redditest, un software messo a punto dall’Agenzia delle Entrate e reso pubblico nel proprio sito.

Conclusioni
 
A completamento dell’azione di accertamento, al fine di imprimere un’accelerazione degli incassi, sono state emesse delle norme che stabiliscono che dopo 30 giorni dal termine utile per il pagamento la riscossione delle somme richieste venga affidata agli agenti della riscossione senza notifica della cartella di pagamento “riscossione coattiva”. In caso di “giustificato pericolo per il positivo esito della riscossione”, la riscossione coattiva può essere messa in atto entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento. Infine, l’agente della riscossione è tenuto ad attivare l’espropriazione forzata entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo. Tutto ciò, in un Paese civile, credo sia sopportabile solo se, all’aumentare della pressione fiscale e degli adempimenti a carico del contribuente, vengano attuati contestualmente strumenti di trasparenza dell’azione e del costo dell’azione accertatrice, mettendo in luce il beneficio che ne trae l’erario dall’aver attuato l’imposizione di tutti gli innumerevoli adempimenti a carico dei contribuenti e se si possa verificare in maniera tangibile il ritorno sia in termini di quantità che di quantità dei servizi alla collettività.