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Le strategie dell’Agenzia delle Entrate nei controlli fiscali

A cura del
foto-Rizzato
 dr.ssa Barbara Rizzato,

Dottore commercialista e revisore ufficiale dei conti in Padova

Oggi, ancor più che in passato, la preoccupazione dei controlli fiscali occupa la quotidianità di chi esercita una libera professione, e tale preoccupazione è sensibilmente più accentuata per alcune categorie professionali che in passato sono state oggetto di significative campagne di controllo e accertamento, tra cui senz’altro va inclusa quella degli odontoiatri.
Invero, la preoccupazione spesso nasce da una scarsa conoscenza dei meccanismi legati ai controlli fiscali, oltre che dalla percezione di un clima di “terrorismo fiscale” che è andato via via crescendo dal 2006 ad oggi, anche a causa di campagne mediatiche che sono state in parte probabilmente responsabili del perdurante immobilismo del settore economico.
L’ultima circolare annuale sui controlli diffusa dall’Agenzia delle Entrate (n. 18/E del 31 maggio 2012) segna un cambiamento di rotta rispetto al passato. Alcuni numeri ivi contenuti ci aiutano a comprendere quale sia la reale portata dei controlli sui professionisti, ma ancor più la lettura della circolare consente di comprendere qual è lo spirito che oggi investe l’attività di verifica degli Uffici Finanziari, quali le metodologie privilegiate, quali gli indicatori che rischiano di mettere il contribuente sotto la luce di inauspicati riflettori.

Iniziando dai numeri va segnalato che i controlli fiscali avviati su professionisti e piccole imprese (intendendosi tali quelle con un fatturato inferiore a 5 milioni di euro) sono stati nel 2011 pari a 178.000, registrando una riduzione di quasi un quarto rispetto a quelli effettuati nel 2009. Nella circolare emerge che l’Agenzia si pone altresì l’obiettivo di un’ulteriore compressione degli stessi per gli anni 2012 e 2013. La ragione di una così significativa riduzione dell’interesse dell’Agenzia delle Entrate rispetto ai professionisti e alle piccole imprese è insita nella logica di budget a cui gli Uffici Finanziari hanno scelto di ispirarsi negli ultimi anni. Troppe volte gli sforzi profusi dai verificatori durante i controlli su tali categorie di contribuenti si sono risolti in un nulla di fatto o comunque in contestazioni di minima portata, tali da non giustificare le energie profuse. Tale constatazione ha condotto l’Amministrazione Finanziaria a concentrare la propria attenzione altrove, dove la materia imponibile da recuperare è presumibilmente più consistente.
Tutto ciò appare in netto contrasto con la campagna mediatica di terrorismo fiscale di cui accennavamo poc’anzi, e che invece è frutto di un altro e diverso obiettivo perseguito dall’Amministrazione Finanziaria, ovvero quello volto alla realizzazione della cosiddetta compliance fiscale. Potremmo definire compliance fiscale quella sorta di autocontrollo del contribuente sulla congruità (per parafrasare una terminologia propria degli studi di settore) della propria situazione reddituale complessiva, destinata a far alzare in modo spontaneo l’asticella del reddito dichiarato, senza che sia necessaria alcuna attività da parte dei verificatori.
Le metodologie di controllo privilegiate per i professionisti e le piccole imprese sono quindi quelle tese allo sviluppo della compliance fiscale, che diventa un obiettivo realizzabile a basso costo e con poco sforzo, salvo poi creare quel tanto odioso clima di “terrorismo fiscale” che opprime le scelte economiche e tende a creare un effetto recessivo.

Sulla scorta di tali premesse, gli Uffici Finanziari concentrano pertanto l’attività di controllo sui professionisti e le piccole imprese ricorrendo principalmente a tre strumenti, utilizzati spesso congiuntamente tra loro, al fine di creare i presupposti per un’attività di accertamento che risulti più solida anche nell’eventuale sede contenziosa: studi di settore, accertamento sintetico (redditometrico) e controlli bancari.
Potremmo dire che l’accertamento da studi di settore e l’accertamento da redditometro si assomigliano, entrambi infatti si basano sull’applicazione di dati statistici destinati a determinare un livello di ricavi/reddito frutto dell’elaborazione di un software a ciò destinato, prendendo le mosse da dati certi relativi alla posizione fiscale del contribuente. La differenza sostanziale tra i due strumenti consiste nel fatto che l’accertamento da studi di settore investe solo il reddito derivante dall’attività professionale/imprenditoriale, mentre l’accertamento da redditometro investe il reddito complessivo del contribuente e del suo nucleo familiare.
Proprio per il fatto che tali metodologie di controllo/accertamento sono basate su dati statistici – in quanto tali non sempre applicabili in modo indistinto alla generalità dei soggetti controllati – gli avvisi di accertamento dalle stesse scaturiti e le conseguenti pretese dell’Amministrazione finanziaria a carico dei soggetti accertati si sono rivelati spesso difficilmente sostenibili in sede contenziosa. Tratto comune che emerge dalla copiosa giurisprudenza in materia è infatti l’orientamento dei giudici tributari di ritenere insufficiente come elemento probatorio a carico del contribuente il mero esito dell’applicazione di un software che elabora dati statistici (GERICO per gli Studi di Settore, REDDITOMETRO per l’accertamento sintetico). Il consolidarsi negli anni di tale orientamento ha costretto l’Agenzia delle Entrate a riponderare la propria strategia, che oggi infatti tende a privilegiare l’utilizzo degli accertamenti di tipo statistico congiuntamente tra loro o, ancor più, congiuntamente a controlli bancari e/o sul tenore di vita, e ciò proprio allo scopo di raccogliere quegli ulteriori elementi probatori a carico del contribuente atti a “personalizzare” l’attività di accertamento scaturita dall’utilizzo di dati statistici (studi di settore e redditometro), “personalizzazione” che i giudici tributari hanno mostrato di pretendere quale prerequisito di legittimità dell’accertamento stesso.
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La non congruità agli studi di settore e/o lo scostamento tra reddito dichiarato e reddito stimato in base al redditometro diventano quindi elementi indiziari a carico del contribuente, fonti di innesco per una verifica fiscale che potrà però ricercare ulteriori elementi di prova a carico del soggetto sottoposto a verifica facendo uso dello strumento dei controlli bancari (che va considerato ormai metodologia ordinaria di verifica e non più eccezionale come in passato) e/o dello strumento del controllo della spesa (cosiddetto accertamento sintetico). Le risultanze di tali attività di verifica fiscale sono invero molto più solide rispetto a quelle di tipo presuntivo, e risultano quindi più temibili per il contribuente.

Sarebbe opportuno che quest’ultimo, al fine di evitare situazioni di empasse durante il contraddittorio che accompagna l’eventuale attività di verifica/accertamento, conservasse per tempo gli elementi necessari a coltivare un’eventuale difesa in sede tributaria. Il che non significa dover conservare qualunque tipo di documento, scontrino, ricevuta fiscale lo riguardi, ma piuttosto significa saper dar contezza delle movimentazioni di banca (soprattutto con riferimento a quelle effettuate in contanti) nella consapevolezza che la normativa impone al professionista e all’imprenditore di saper giustificare tutte le entrate e le uscite relative ai rapporti di conto corrente intestati allo stesso, cointestati con altri soggetti o sui quali si abbia delega ad operare e ciò prescindere dal fatto che si tratti di rapporti bancari riconducibili o meno all’attività professionale o imprenditoriale. Tale risultato è facilmente raggiungibile limitando al massimo le operazioni in contanti e facendo ricorso il più possibile a strumenti di pagamento e di incasso tracciabili (moneta elettronica, bonifici, assegni). Analogamente, sul fronte relativo all’accertamento sintetico (cosiddetto controllo della spesa), è opportuno che il contribuente sappia dar contezza delle fonti di reddito ulteriori rispetto a quelle emergenti dalla dichiarazione annuale che gli hanno consentito il tenore di vita (suo e della famiglia) che egli stesso ha manifestato. In definitiva la conservazione di tali elementi probatori a proprio discarico consente una maggiore serenità sotto il profilo dei controlli fiscali, frutto banalmente di una maggior consapevolezza.