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La comunicazione medico-paziente decisiva per la compliance

Intervista a
Raffaele-Arigliani
prof. Raffaele Arigliani
Direttore scientifico
Italian Medical Research (IMR)

Prof. Arigliani, a proposito di approccio scientifico applicato alla comunicazione medico-paziente (e rispettiva famiglia), quali sono i suoi suggerimenti per agevolare l’empatia, la relazione e la compliance tra i due soggetti?
Bisognerebbe che nelle Università e poi nella formazione continua di tutti i medici (ECM) si insegnassero, in maniera non accademica ma esperenziale, le competenze e le abilità comunicative alla base di un approccio centrato sul paziente e la famiglia (PFCC/ Patient-and Family-Centered Care).
Si tratta di attuare pochi ma essenziali principi chiave: 1) l’assistenza è sempre ad una persona e non ad una patologia (entità nosografica) scissa da essa; 2) per comprendere i bisogni del paziente non si può prescindere dal contesto familiare e socio-culturale di provenienza; 3) il paziente e la sua famiglia devono essere coinvolti attivamente nel processo diagnostico-terapeutico, valorizzando il ruolo e le potenzialità; 4) vi deve essere un rispetto vero e incondizionato di ogni persona. Nei rapporti con il paziente l’ottica PFCC esclude ogni forma di paternalismo e sollecita non solo il medico ma tutta l’equipe sanitaria a focalizzare l’attenzione sui bisogni, le aspettative e l’identità socio-culturale del paziente e dei familiari, al fine di costruire un rapporto di partnership. Punta a comprendere e a sostenere la “crisi” personale di chi viene scaraventato dalla vita “nel mondo degli ammalati”, ma anche a rispettare e sostenere la sua famiglia e le preoccupazioni per lo stato di salute del proprio caro. Il processo decisionale e terapeutico sarà orientato a obiettivi di salute “condivisi”, mentre varie “procedure relazionali” e competenze comunicative (abilità di ascolto, confronto, strumenti di comunicazione per informare ed aggiornare ecc…) saranno considerate ugualmente importanti rispetto all’iter diagnostico-terapeutico.  Il medico può essere paragonato all’esperto navigatore, che ha il compito di indicare la rotta da seguire e offrire aiuto e spiegazioni nelle difficoltà senza sfuggire alle proprie responsabilità, senza giudicare il paziente e la famiglia, anzi supportandola nelle scelte da compiere.
Gli operatori sanitari devono capire che i pazienti e le famiglie non sempre sanno quali domande porre, e possono sentire una non parità nella relazione anche per la loro vulnerabilità in ragione delle circostanze. Inoltre esiste la possibilità che il paziente e la famiglia possano valutare i potenziali rischi o benefici diversamente da come fa il medico curante. Così la capacità del medico di condividere informazioni in maniera aperta è vitale per realizzare una buona cura.
Questi principi vanno applicati nei rapporti medico-paziente ma anche nella riorganizzazione-ristrutturazione del sistema di cura, perchè non di rado gli operatori sanitari stessi sono visti solo come “strumenti per la salute” e non adeguatamente supportati e guardati come persone “da rispettare”, costretti a muoversi tra mille ristrettezze e mortificazioni (turni lunghissimi, nessuna attenzione alle proprie esigenze da parte della Direzione sanitaria, ecc..).
Di conseguenza si sentono mortificati, umiliati e tutto ciò diviene fonte di scarsa motivazione, frustrazione, stanchezza eccessiva, talora ira e malanimo.

Spesso i professionisti della salute tendono a sottovalutare la rilevanza che ha un’adeguata comunicazione con il proprio paziente ai fini di un esito positivo dell’iter terapeutico. Quali sono gli errori più comuni – e da evitare – che i medici commettono?
In molti casi nella routine clinica il paziente non è visto come persona ma piuttosto come “caso”, con il ragionamento “automatico” del medico rivolto alla risoluzione del problema clinico più che alla sofferenza del paziente, alle sue paure, ai suoi bisogni o desideri. Eventuali resistenze alle proposte diagnostico-terapeutiche vengono considerate indebite interferenze e non di rado ne scaturiscono discussioni gestite “d’autorità” da parte del medico.
Tale approccio si può chiamare “disease centered”. Si basa su un idea, oramai superata ma di fatto insegnata nella pratica formativa e assistenziale, di cosa significa esercitare l’arte medica: “io medico so cosa fare, sono la tua salvezza e devi affidarti a me”. Molteplici fattori sociali di cambiamento hanno messo in crisi questo modello di cura: internet e il facile accesso alle informazioni, il decadimento dello stesso concetto d’autorità, la crescente consapevolezza dei malati sui propri diritti, le sempre più frequenti denunce, il predominio di una medicina difensivistica, ecc… A fronte di ciò in questi ultimi anni si sono sviluppate ricerche su possibili nuovi modelli di cura, in cui vi fosse attenzione alla “persona” e al suo contesto (Approccio Patient-and Family-Centered Care)”, di cui accennavo precedentemente. I risultati dell’approccio PFCC sono incredibilmente positivi: si fanno meno errori diagnostico-terapeutici, si usano meno farmaci, migliorano gli outcomes di salute e i tempi di recupero, si riducono le denunce per malpractice, cresce la soddisfazione di pazienti e sanitari. La Joint Commission dell’American Academy of Pediatrics e dell’American College of Emergency Physicians ha recentemente affermato: “…la mancata applicazione di un approccio PFCC può portare a molteplici conseguenze negative, comprese le difficoltà con il consenso informato, errori e cattiva comunicazione, comprensione inadeguata della diagnosi e trattamento da parte delle famiglie, insoddisfazione della cura, prevenibili casi di morbilità e mortalità, errori nella valutazione gli abusi sui minori “.
Concludendo: rimettere al centro la persona e non la patologia sembra essere la soluzione per riuscire a conciliare l’ottimizzazione delle cure, i migliori risultati medici, un risparmio economico, una crescita complessiva del benessere del paziente. Come fare? Ciascuno ha responsabilità collegate al suo ruolo, ma ciascun operatore in ambito sanitario può iniziare da subito (già dalla prossima visita!) ad orientare il suo agire in quest’ottica: forse solo se ciò avverrà da parte di tanti il sistema di cure saprà trovare le energie per riumanizzare il mestiere più bello del mondo.

Vincenzo Marra