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Emozioni, gusti e sentimenti tracciati dall’Algoritmo, fino all’effetto Filter Bubble

Essere connessi ad Internet è diventata una cosa così scontata che ormai nemmeno ci facciamo più caso. Ogni giorno siamo circondati da modi per selezionare sempre più facili, dai Motori di ricerca alle App. Quindi il nostro modo di “frequentare” il web è diventato sempre più interessante per aziende e governi ecc… che grazie allo sviluppo di tecnologie hanno iniziato a tracciare i nostri percorsi di navigazione, a targettizzarci in base agli argomenti che più ci interessano e a profilarci per poter rispondere più precisamente possibile alle nostre richieste palesi o latenti. Dietro a tutto ci sono gli algoritmi, fino ad arrivare all’effetto filter bubble.

Utilizzare Google come una volta si utilizzava il Piccolo Palazzi, il Treccani o il Garzanti…

Ai suoi esordi Google non era altro che un motore di ricerca che ordinava i risultati in maniera più efficiente di altri, mettendo al primo posto effettivamente le pagine più rilevanti (risultati organici). Il meccanismo del primo algoritmo con cui Google “sceglie” le pagine più rilevanti è una somma di quante volte quel sito è stato citato da altri. Con l’aumento costante del suo utilizzo, Google ha cominciato a vendere i suoi spazi pubblicitari e a far apparire alcune pubblicità, che in base al budget investito dall’acquirente dello spazio, otteneva un posizionamento piuttosto che un altro (risultati a pagamento).

Ma è più efficace una pubblicità proposta a tutti indistintamente o targetizzata in base alle ricerche effettuate dal singolo utente?

La risposta è di facile intuizione. Ed è qui che compare il Filter Bubble.

Questo termine, tradotto letteralmente come “bolla di filtraggio”, coniato da Eli Pariser nel suo libro “The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You” è il risultato del sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche sui vari siti che registrano tutto il percorso di azioni e ricerche svolte dall’utente.

In modo semplice, significa che tutte le volte che scriviamo una ricerca nella barra di Google, vengono memorizzate e trattate in modo tale che ci siano elementi migliori per le future ricerche svolte. Se per esempio abbiamo cercato una cover per il nostro nuovo cellulare, alla decima volta lo stesso Google farà in modo che ci siano i link a siti specializzati per quel prodotto.

Oltre a Google, tutta una serie di aziende che lavorano sul web come Facebook, il NewYorkTimes, Amazon si stanno già da tempo muovendo nella direzione della personalizzazione. Tutti in qualche modo registrano le nostre preferenze, i nostri link più cliccati, i gruppi a cui aderiamo e le ricerche che salviamo.

Dunque la nostra navigazione sarà costituita da una parte di input espressi perchè selezionati autonomamente da noi, ma un’altra parte sarà quella che Internet crede che noi desideriamo avere/vedere… una questione che apre un dibattito sociologico non da poco, perchè dunque non saremo più autonomi nello stabilire totalmente di quali informazioni usufruire su Internet. Questa quantità sempre maggiore di filtri crea quindi una esperienza altamente personalizzata, e ad esempio anche se due utenti stanno cliccando contemporaneamente sulla stessa ricerca, la pagina visualizzata sarà diversa.

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